di Stefano Greco

Caro Presidente, anzi, caro Gianni…

Mi permetto di darti del tu anche in pubblico perché così facciamo anche in privato, visto che ci conosciamo da quasi 40 anni, da quando eri un giovane e rampante segretario generale della FIP e sorridevi quando ti dicevo che eri una sorta di Cardinal Mazzarino dello sport italiano, destinato un giorno a diventare Presidente… E non solo della FIP. E tu mi ripetevi che ero bravo, ma anche un gran rompicog…

Sono mesi che ho in mente di scriverti questa lettera, l’avrò iniziata una decina di volte ma poi ho sempre deciso di buttare tutto nel cestino, più per il timore che potesse essere mal interpretato il mio sfogo che per la paura di pestare i piedi a qualcuno dell’ambiente che ho scelto per far crescere mio figlio. Ma proprio perché ho scelto il basket e non il calcio, perché lo considero uno sport più sano e meno contaminato dalla follia (con conseguente perdita di valori) che oramai ha contaminato il mondo del pallone, alla fine ho deciso di scriverti, ora che è esploso definitivamente il caso-stranieri in Serie C Gold e Silver. E lo faccio con la speranza che questa lettera possa dare il via ad un dialogo sul destino della palla a spicchi (romana e non), di questo sport che entrambi amiamo da sempre e in modo viscerale.

Non ti scrivo per parlare di campionati di categoria, di tesseramenti farlocchi, di visti, di permessi di lavoro o di documenti d’identità che lasciano a dir poco perplessi sull’età di qualche giocatore. No, ti scrivo proprio per chiederti: che senso ha vedere i nostri campionati giovanili invasi da ragazzi stranieri, quando l’obiettivo di tutti dovrebbe essere quello di far crescere ragazzi italiani destinati in futuro a giocare in A e a rendere sempre più competitiva la nostra nazionale? Non è un discorso di chiusura e tantomeno a sfondo razzistico il mio, così come non è un discorso legato al successo finale nei campionati regionali o nazionali. Ma come ti ho scritto prima, mi chiedo che senso abbia vedere già a partire dall’Under 14 dei roster con ragazzi provenienti dall’estero, in modo particolare (almeno qui nel Lazio) di ragazzi pescati chissà dove e chissà come in Africa. Oppure di serbi, croati, macedoni e americani. E non si parla di figli di extracomunitari che vivono qui in Italia o di figli di stranieri che oramai sono italiani a tutti gli effetti al punto che militano nelle rappresentative regionali o nazionali di categoria. No, parlo di ragazzi che non saranno mai tesserabili come italiani, che magari addestriamo per poi ritrovarceli un giorno avversari con la maglia della loro nazionale agli europei o ai mondiali. Ragazzi che dopo 4 anni di formazione italiana nelle giovanili saranno tesserabili in qualsiasi campionato dalla A1 fino alla Promozione perché non saranno più considerati “stranieri”.

Ho assistito con orrore a questa invasione nei settori giovanili del calcio, ora la stessa cosa sta avvenendo, purtroppo, nel basket. Ed è diventata un argomento di discussione quasi quotidiano tra noi genitori, un discorso esteso anche ad allenatori e dirigenti, perché tutti questi nuovi arrivi sono destinati a togliere spazio ai nostri ragazzi che, tra qualche anno, con roster stracolmi di stranieri di nascita ma non di tesseramento troveranno spazio solo in panchina per sventolare gli asciugamani, perché in alcuni casi non possono competere a livello fisico. In uno sport in cui il fisico conta molto, sempre di più. Queste sono cose che sappiamo tutti e che sa sicuramente anche Massimo Giannini, consigliere FIP del Lazio e soprattutto delegato alle attività giovanili maschili. Ho nominato Massimo Giannini perché, pur non conoscendolo di persona, lo stimo per il lavoro che fa e perché da anni lo vedo passare le sue giornate e i suoi week-end sui campi della regione, per visionare i nostri ragazzi da inserire nella rappresentativa regionale e lo fa con la sua presenza discreta ma vigile. E come è arrivato a me questo malcontento dilagante, sono convinto che sia arrivato anche a lui.

Qui non si tratta di chiudersi a riccio e neanche di far finta che il mondo sia lo stesso di 30 o 40 anni fa. Per carità, sono sì un idealista e un sognatore, ma vivo con i piedi ben saldi in terra e so e vedo che cosa sta succedendo. Quello che mi chiedo, è che senso abbia consentire il tesseramento di ragazzi Under 14 o appena quattordicenni nei nostri settori giovanili. Magari con cartellini acquistati come investimento, per poi rivenderlo o per guadagnare in futuro grazie alle quote sul tesseramento futuro che spettano alle società che hanno formato i ragazzi. È questo il vero obiettivo delle società? Acquistare per poi vendere o incassare la quota del tesseramento, oppure crescere ragazzi? Perché se l’obiettivo è il secondo, i soldi sarebbe meglio investirli per ingaggiare bravi maestri, allenatori in grado di far crescere i ragazzi. Perché per arrivare al vertice di questa piramide (e solo pochi, pochissimi dei nostri figli sono destinati ad arrivarci) il talento e il fisico da solo non basta se non c’è la guida e la presenza costante di qualcuno in grado di plasmare quel talento fino a trasformarlo in un vero giocatore di basket. Perché fare la differenza a 14 anni dall’alto di 2 metri d’altezza è facile come vincere in quella famosa pubblicità che vediamo da anni in tv, ma poi? Se invece l’obiettivo delle società non è più far crescere talenti italiani, ma solo dei “prodotti” da vendere poi in futuro al miglior offerente (oppure come ho spiegato prima incassando parte della quota del tesseramento in rapporto agli anni in cui il ragazzo ha giocato nel periodo di formazione nel club), allora alzo le mani e taccio.

Ma sarebbe il caso di saperlo subito e di sapere anche che cosa ne pensa la Federazione di tutto questo. Che cosa ne pensa la FIP di stage fatti per gli allenatori per insegnare l’attacco alla zona ai nostri ragazzi, ma con soli stranieri utilizzati come giocatori per mettere poi in pratica gli schemi. A cosa servono i nostri ragazzi, allora, solo a pagare le quote? A portare nelle casse delle società i soldi necessari per andare a prendere ragazzi all’estero da utilizzare come investimento? Questo non è più sport, è industria. E se si trasforma solo in un’industria, secondo me il basket italiano è destinato non a morire, ma sicuramente a sfornare sempre meno talenti italiani con conseguenze immaginabili per il vertice, cioè per la Nazionale. Perché i nostri ragazzi avranno sempre meno spazio e minuti a disposizione già a partire dai campionati Under 14, per non parlare poi dei campionati di categoria, quelli in cui si gioca per farsi le ossa, per accumulare esperienza.

Lo ripeto caro Gianni, il mio non è un atto d’accusa. Ho solo preso carta e penna con l’intenzione di gettare un sasso nello stagno, per smuovere le acque e per portarti a conoscenza di un malessere montante, di un pensiero che è mio ma anche di tanti genitori con cui parlo tutte le settimane frequentando i campi della regione per seguire mio figlio. Cosa si può fare per arrestare questa invasione? È possibile che l’unico rimedio possa essere quello di limitare il tesseramento a non più di 2 stranieri per squadra?

Ti saluto inviandoti un abbraccio, con la speranza che si possa aprire una discussione seria e serena, nell’interesse di tutti e, soprattutto, del basket: di questo sport che amiamo da sempre e alla follia.

A questa lettera aperta, che gli ho girato per mail prima di renderla pubblica, Gianni Petrucci ha replicato così con la nota ufficiale n. 2652 del 12.4.2017, che riporto integralmente.

Caro Stefano,

ho preso buona nota delle Tue accorate righe e mi sono preso del tempo per riflettere e provare a dare un ordine alla serie di pensieri sull’argomento che mi hai segnalato e che mi sta particolarmente a cuore.

È indubbio, e condivido con Te, che la FIP e tutte le Sue componenti (a partire dalle Società per arrivare ad ogni singolo tesserato) debbano tutelare e sviluppare il talento nostrano per formare una Nazionale sempre più competitiva e che possa essere in grado di raggiungere importanti traguardi.

La Nazionale rappresenta il traino dell’intero movimento; una Nazionale ricca di talenti e vincente rendo migliore l’intero panorama cestistico.

D’altro canto è altresì innegabile che viviamo oramai in una epoca di globalizzazione in cui i confini e le distanze sono sempre più piccoli. La ricerca di una vita migliore, anche se ottenuta giocando a Basket, è un diritto che non può essere negato a nessun cittadino del Mondo.

La FIP, in quanto Ente Sportivo, deve inoltre armonizzarsi anche con le componenti del mondo sportivo internazionale ed in particolare con la FIBA in qualità di Federazione Internazionale di riferimento, la quale, negli ultimi anni, ha provveduto a regolamentare nel dettaglio i trasferimenti internazionali di minori, cercando di garantire la massima tutela del ragazzo oltre l’ambito cestistico.

La FIP, in quanto membro FIBA, si è adeguata pedissequamente alla normativa internazionale. Negli ultimi 5 anni sono circa 300 i ragazzi stranieri che sono stati tesserati da società italiane per motivi riconducibili alla pallacanestro. Ogni società tesserante ha provveduto a garantire loro una adeguata sistemazione e istruzione.

Non potendo limitare tale fenomeno (che non posso non notare sia comune a tutte le maggiori discipline sportive), mi piace pensare che possa rappresentare un momento importante di confronto e di crescita anche per i “nostri” ragazzi che quotidianamente hanno l’opportunità di confrontarsi con talenti fisici e atletici provenienti da altri stati.

Sta a tutti noi, nelle pieghe dei sistemi nazionali e internazionali, sportivi e non, trovare i giusti equilibri per tutelare e garantire i diritti di ogni individuo pur perseguendo i fini istituzionali tipici di una Federazione Sportiva nazionale.

Con la speranza di incontrarTi sui campi, Ti invio i miei più cordiali saluti.

Un abbraccio

Gianni Petrucci

 

"Con il talento si vincono le partite, ma è con il lavoro di squadra e l’intelligenza che si vincono i campionati."
Michael Jordan